Sono stato sconvolto dalla forza di un racconto. Tanto che in cima alla mia TO-READ list sono balzate, senza rispettare la fila, ben quattro raccolte di racconti.
Il primo a travolgermi è stato
La grammatica di Dio di Stefano Benni. Era una strenna natalizia, per cui l'ho comprato e letto, in barba alla lista delle priorità. La forza concentrata in ogni singolo racconto mi ha sconvolto, come dicevo prima, al che mi sono ricordato che nei tempi passati avevo iniziato a leggere (e non terminato) altre tre raccolte di racconti, e complice l'atmosfera rilassata e natalizia ho deciso che mi sarei dedicato a essi.
Il successivo libro, che ho ripreso in mano dopo molti mesi, è
La voce del fuoco di Alan Moore. E' una raccolta di racconti, sì, ma molto particolare. Volendo è un unico romanzo diviso in tanti capitoli, ognuno dei quali ambientato in un epoca diversa ma nello stesso luogo, un villaggio dell'Inghilterra. Per leggere questi racconti bisogna essere tutt'altro che rilassati, bensì concentrati. La prosa è magnifica, nel senso comune ma anche etimologico di questo aggettivo, ovvero una prosa che "rende grande" le storie trattate, le quali sono storie di ordinaria barbarie nel corso dei secoli. Leggo questo libro molto lentamente, per assaporare l'abbondanza di dettagli che Alan Moore non riesce a trattenere, per toccare i tessuti logori e i sentieri polverosi, e odorare le tane luride e i corpi bisunti dei protagonisti, e sentire i loro latrati infernali mentre muoiono uccisi o copulano. Fa schifo, ma non si può evitare di percepirlo al massimo, sarebbe come un fumetto senza immagini, e Alan Moore fa questo: un fumetto dove al posto delle immagini c'è un tripudio di dettagli (anche più di quanti potrebbe metterne in un racconto disegnato). E' faticoso, ecco perchè tempo fa lo abbandonai, ma adesso l'ho quasi finito.
Il prossimo libro sarà altrettanto (e spero anche di piu'

esotico, ma è uscito dalla penna di un autore molto meno recente, Rudyard Kipling:
La città della tremenda notte. Lo comprai mesi fa per il fascino intrinseco delle edizioni Adelphi innanzitutto, per la bella riproduzione di un'illustrazione d'epoca, che occupa tutta la copertina, e poi per la trama fiabesca che ricordava quasi
Le mille e una notte. Ne lessi subito il capitolo introduttivo, che mi pare sia una cornice ai racconti seguenti, e ne rimasi incantato per la descrizione della "città della tremenda notte", ovvero del silenzio irreale e dell'aria infuocata di un villaggio indiano, e il muezzin che dal campanile urla nella notte "Allah o Akbar!" a confortare la sua gente insonne per il caldo. Poi non lo lessi più perché stavo leggendo altro, o forse perché volevo riservarmene la lettura in un momento più tranquillo e godermelo al meglio.
Infine Dave Eggers.
La fame che abbiamo. Lessi un paio di brevi racconti quando sono stato in Ungheria, nei momenti di pausa dalle estenuanti escursioni. Non me li ricordo bene, ma ricordo che erano nel consueto stile ironico e commovente del Dave Eggers dei romanzi
L'opera struggente di un formidabile genio e
Conoscerete la nostra velocità, quindi so che non mi deluderanno.
Il romanzo si faccia da parte, allora! Io li snobbavo i racconti, tsk! Mai mi sarei aspettato di trovare tutta la soddisfazione di una storia complessa e lunga nelle poche pagine di un racconto, nei pochi gesti di un solo avvenimento, di un solo atto narrativo, e senza nemmeno l'amaro in bocca alla fine. Persino i racconti di due pagine (o anche una!) di Benni non finiscono troppo presto: ti saziano.